venerdì 8 ottobre 2010

ISLAMOFOBIA

Ho letto un campionario dell' islamofobia di sinistra sul blog di Giuliana Sgrena, a partire dall' episodio di omicidio familiare che un'altra volta ha coinvolto una famiglia pakistana. Le paure delle persone di sinistra si concentrano sull'anti-femminismo, l'omofobia e sugli aspetti "normativi" che sarebbero i tratti distintivi dell'Islam. Probabilmente le paure del popolo di destra si concentrano più sul dato demografico (i figli), sulla concorrenza per il lavoro e anche su una più generica diffidenza verso l'"altro". Per questi ultimi il problema è la SICUREZZA del molto che hanno dopo generazioni di duro lavoro, per gli altri la DIFESA degli spazi di libertà conquistati in un intero processo storico. Entrambi i gruppi sono atterriti dal comunitarismo dell'Islam, che esige la sottomissione a Dio (gloria a lui l'Altissimo) dei credenti, e dal semplice ma rigoroso insieme delle regole che ne legano la comunità, la Umma. Altro tratto comune è la confusione che entrambi fanno fra le religione e le società dei Paesi musulmani.
Ma di tutti gli aspetti di contrasto il più sensibile e direi epidermico è il ruolo delle donne, sentito come "superiore" nelle civiltà laiche e capitaliste. Mi permetto una contro analisi: le donne in queste avanzatissime civiltà sono in larga misura sterili (volontariamente); costrette a lavorare fuori casa per far quadrare i conti dei consumi; legate a una cultura di sistematico utilizzo del corpo per la comunicazione e la carriera. Il processo di svalutazione del lavoro domestico e della famiglia come nucleo di base della società  in Europa è iniziata nel tardo Cinquecento e si conclude oggi con la totale sottomissione delle donne e (ancora prima) degli uomini al mercato, vissuto ormai come consumo slegato dalla produzione. Si esiste e si è per quanto si può consumare e quello che si consuma decide chi siamo.
Una donna islamica conta per i suoi figli, per la sua casa e infine per l'onore che gli da il marito e  per il riconoscimento della comunità. Il consumo, il lusso, l'affermazione fuori dalla famiglia sono subordinate ai valori precedenti. Non voglio però fare un quadro idilliaco, non mi nascondo affatto l'oppressione vissuta dalle donne in molti paesi in via di sviluppo, islamici e non. Ma questi valori sono accettati, in grandissima parte liberamente, anche da milioni di donne islamiche immigrate nel libero mondo laico. Come mai i laici europei ne sono così esterefatti? Forse le interessate non mostrano entusiasmo verso i "liberatori/trici"?
Forse vogliono soltanto che i loro valori venissero rispettati e non continuamente giudicati in base a una presunta, indiscutibile superiorità dei valori laici.
Francamente mi irrita la supponenza di chi vuole "liberare" gli altri solo dall'alto del suo Suv pagato a rate, della sua finta libertà di scelta fra  Vespa e Floris e dei suoi fallimenti esistenziali con tanto di figli anoressici o tossicodipendenti e genitori in consegna alla badante. Se solo si potesse vedere la trave nel proprio occhio....

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